Universo Vegano, il primo fast food vegano in Italia

Category : Food, News · No Comments · by ago 7th, 2013

Foto che ritrae 2 conigli bianchi, 2 marroni e il cartello  "Universo Vegano - Benvenuti"

Con il Veganismo, termine ideato da Donald Watson negli anni ‘50, si indica una vera e propria filosofia basata su di una visione non-violenta dell’esistenza che rifiuta di utilizzare e consumare beni derivanti da sfruttamento e uccisione di animali, compresi i prodotti come uova, latticini e miele. Differente dal vegetarianismo, in quanto più restrittiva nelle abitudini alimentari, era una scelta di vita difficile da portare avanti in Italia, dove le ricette tradizionali utilizzano spesso sapienti combinazioni di prodotti sia di origine animale che vegetale.

Riferendoci alle difficoltà incontrate in Italia da chi compie questa scelta, che annovera anche celebri supporter quali l’ex presidente U.S.A. Bill Clinton. abbiamo volutamente usato il passato. Infatti, sia la politica, con un recente disegno di legge, sia le imprese, non potevano ignorare ancora a lungo un bacino che, secondo l’ultimo rapporto Eurispes, nel 2012, conta oltre 600mila potenziali clienti. A questi si devono poi sommare i quasi 3 milioni di italiani che hanno optato per diventare vegetariani.

Foto del panino Vegan Burger ed elenco ingredienti (burger vegetale, maionese vegetale, formaggio vegetale, pomodoro, insalata)

È da questi dati, oltre che dalla passione per un’alimentazione sana e sostenibile, che nasce l’intuizione di Lucio Palumbo, ideatore e responsabile commerciale di Universo Vegano, il primo fast food vegano d’Italia. Aperto a Gallarate più di un anno fa, ben prima che McDonald’s inaugurasse in India i suoi due fast food vegetariani, Universo Vegano ha presto dimostrato che l’offerta di prodotti che rispettano l’ambiente sono cruelty free e magari anche frutto di produzioni locali, può essere una scelta vincente sia dal punto di vista economico che occupazionale.

Il fast food, forte del successo ottenuto, è presto divenuto una catena con locali aperti a Varese, Milano (due), Savona, Cagliari e Verona ed è recentemente salito alla ribalta delle cronache nazionali quando Luca Giampietro, art director e creativo 34enne, ha deciso di abbandonare il suo lavoro nel mondo della comunicazione per aprire la nuova sede di Torino. E non finisce qui: entro la fine di questa settimana anche i vegani della Capitale potranno assaporare Vegan Burger, Seitan Tonnato, Cotolette e Kebab Vegan e molto altro, dato che la catena inaugurerà lo store romano questo venerdì alle 18.00. Se passate a provarlo, fateci sapere come si mangia!

 

Foto courtesy: Universo Vegano

I bambini nella pubblicità

Category : Marketing, Social Media · No Comments · by ago 5th, 2013

Pubblicità della Johnson & Johnson che ritrare un bimbo incoronato con lo shampoo e a sinistra le felicitazioni per la nascita del Roya Baby

I social network hanno cambiato il modo di fare pubblicità e consentito alle aziende di rivolgersi a specifici target in tempi ben più rapidi rispetto ai canali usuali. Alcune vecchie abitudini però, come l’impiego di bambini nelle pubblicità, sono dure a morire.

Campagne che ritraggono minori ce ne sono state, ci sono e probabilmente ci saranno sempre e guardarli in televisione, su carta stampata o in internet, crea simpatia, interesse e coinvolgimento emotivo. Per questo, potendo orientare i consumi delle famiglie, rappresentano un target di marketing.

Naturalmente, se l’infante è celebre, l’eco mediatico è ancora maggiore, come ben sanno i reali di Gran Bretagna. Secondo i dati di Topsy, un sito che analizza l’impiego di parole chiave su Twitter, l’hashtag #Royalbaby è stato utilizzato più di un milione di volte tra il 22 e il 23 luglio scorso, in contemporanea con la notizia della nascita di Sir George.

Grafico Topsy che mostra ricerca della hashtag #royalbaby nelle ultime 2 settimane di luglio

È a questo punto che le nuove regole di marketing, teorizzate dal guru della comunicazione David Meerman Scott, si sono unite alle vecchie e le principali aziende del pianeta si sono gettate a capofitto nello stream di tweet che nominavano il principino, tentando di ottenere visibilità.

Questo tipo di attività, in gergo, è chiamata real-time marketing. Nata verso la fine degli anni ’90, questa tecnica non poteva ovviamente che trovare la sua più perfetta applicazione con la diffusione dei social network. Lo scorso febbraio, l’ultima edizione del Superbowl, uno degli eventi mediatici più importanti del pianeta, è stata interrotta per circa mezz’ora da un blackout elettrico che è stato ampiamente commentato dalla comunità online mediante l’hashtag #powerout. Il marketing dei biscotti Oreo, un’istituzione oltreoceano, ha deciso di cavalcare l’onda ed ha subito ideato una grafica, accompagnata dal payoff  “You can still dunk in the dark”, che gioca sul duplice significato del termine to dunk, inzuppare o fare meta.

L’eclatante successo dell’operazione, oltre 8mila nuovi follower, ha fatto pensare ai responsabili marketing delle aziende più disparate, di poter ripetere l’operazione e con maggiori risultati visto che il nuovo evento da sfruttare aveva per protagonisti un bambino e la famiglia reale più in vista del pianeta.

Coca Cola, Johnson & Johnsons, Starbucks, Oreo, Nintendo, Magnum e molti altri si sono gettati nella mischia, chi con semplici grafiche che si congratulavano con William e Kate per la nascita del figlio, chi proponendo foto di bimbi incoronati, chi con ironia.

Esempi di come le aziende si sono congratulate per la nascita del Royal Baby

È chiaro che, soprattutto quando si parla di comunicazione, distinguersi dalla massa è spesso più efficace che riprodurre le stesse idee dei propri competitor, anche se più rischioso. Così Pampers ha scelto di proporre un messaggio alternativo, quello che tutti i bebè sono dei principi, rivolgendosi direttamente al proprio target con un video che ritrae bambini dell’età dei potenziali utilizzatori dei suoi prodotti. Al web lo spot è piaciuto, non c’è che dire: da quello che ha dichiara al NY Times John Braseil, direttore marketing di Pampers in North America, in meno di due gironi 3.200 persone avevano cliccato “mi piace” e molte altre migliaia lo avevano visto.

http://youtu.be/XXzg_TcE04k

Quello che stona un po’ è l’invito, in conclusione del filmato, a condividere le foto dei propri figli sulla pagina Facebook del noto marchio di proprietà di Procter & Gamble. È anche comprensibile che una società che vende articoli per l’infanzia utilizzi anche neonati come testimonial; tuttavia, la pubblicità raramente si sforza di raccontare il prodotto, cerca piuttosto di indirizzare le scelte d’acquisto dei consumatori facendo leva sulle loro emozioni. Spesso i modelli proposti sono stereotipati e diseducativi, tanto che sia in Italia che all’estero si è già aperto un dibattito in merito al continuare o meno ad utilizzare i bambini in pubblicità. Negativo è senza dubbio il nostro giudizio sulle foto che ritraggono minori in atteggiamenti da adulti, come nel caso delle foto di molte case di moda.

E voi? Cosa ne pensate?